Un libro, una città in cerca dei fasti di cent’anni fa

Di Luciano Donzella

In costume settecentesco per una festa a tema, o in tenuta da aeronauta con tanto di cuffia di cuoio per un volo in mongolfiera ad Effetto Venezia: fotogrammi tratti dall’album dei ricordi di Dario Matteoni, pisano, cinquant’anni ben portati, laureato in lettere moderne e storico dell’arte alla Soprintendenza, dal 1994 assessore ai beni culturali del Comune di Livorno.

Lui è fatto così, figura di intellettuale distaccato temperata dal sorriso ironico, ma anche enfant terrible capace di stupire e di gestire un’immagine che ormai Livorno conosce bene. E sembra apprezzare, se è vero che Matteoni è «quello della Terrazza Mascagni», o «quello delle mostre a Villa Mimbelli». E non a caso la sua ultima fatica letteraria si intitola «Livorno, la costruzione di un’immagine», operazione ambiziosa che in questi sei anni di mandato l’assessore-scrittore ha portato avanti combattendo i fantasmi delle teste di Modì, delle beffe, delle parolacce. Di contro, la proposta di riscoprire con orgoglio le proprie radici: la Livorno a cavallo fra Ottocento e Novecento, i movimenti artistici da Fattori alle avanguardie contemporanee, le peculiarità urbanistiche, le architetture dal Settecento alla metà del ventesimo secolo. Insomma, un «modello Livorno» in grado di caratterizzarsi fortemente rispetto alle città vicine, con le quali è inutile competere su altri fronti.

Assessore, come è nato il suo rapporto con Livorno?

“E’ nato negli anni Settanta, quando ho iniziato a studiare la storia della città, e si è consolidato nel 1980 con una mostra su Livorno al tempo dei Medici, cui contribuii. Nel 1985 poi ho pubblicato con Laterza un volume su Livorno nella collana «Le città nella storia d’Italia». Sempre per Laterza nel 1992 ho pubblicato un libro su Poccianti e le architetture dell’acquedotto. E poi da storico dell’architettura specializzato su due filoni, l’architettura del Novecento e l’architettura delle città, non potevo trascurare il «caso Livorno» dal Buontalenti in poi, davvero peculiare e ricco di punti di interesse a livello toscano e non solo.”

E quali sono queste peculiarità?

“Il rapporto con l’acqua: il lavoro di Poccianti è studiato a livello europeo. E il percorso architettonico di fine Settecento e dei primi dell’Ottocento, di valore assoluto per vastità e qualità. Temi sui quali si sofferma anche il suo ultimo lavoro… Il libro realizzato dalla Cassa di Risparmi di Livorno è una ricerca sulla storia delle architetture private di Livorno. A questo sui palazzi di città farà seguito un secondo volume, che sto preparando, su «Le smanie per la villeggiatura», parafrasando la trilogia di Goldoni, ovvero sulla Livorno delle ville, come città delle vacanze. Un’opera che non potrà che chiudersi con la Terrazza Mascagni, il «salotto buono sul mare» dei livornesi.”

Come si dipana questo suo viaggio nella storia dei palazzi labronici?

“Partendo da un cospicuo patrimonio di ricerca su archivi livornesi e fiorentini. Eccezionale anche il supporto fotografico. Il risultato è l’immagine di una città con uno straordinario patrimonio edilizio, con palazzi di grandissima qualità. Una ricerca che mette in luce l’ascesa di classi dominanti che si fanno costruire a fine Settecento palazzi signorili ma non nobiliari, edifici che sono da subito anche un bene commerciale, economico. Bisognerà aspettare la metà dell’Ottocento per ammirare un gusto più cosmopolita: l’economia si trasforma ed i nuovi ricchi scelgono di vivere «nobilmente» costruendosi straordinari palazzi «fiorentini». Nascono così i «lungarni» livornesi sul suggestivo percorso dei Fossi Medicei. Infine il punto di arrivo, le ville di cui la città è ancora oggi costellata.”

Dal Tirreno del 05-04-00

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