La Toscana e il novecento

Prosegue il percorso di riscoperta dell’arte toscana del novecento intrapreso da tempo dal Comune di Crespina. La mostra “La Toscana e il novecento”, curata da Francesca Cagianelli e da Rossella Campana, con il patrocinio della galleria D’Arte Moderna di Palazzo Pitti.

Nell’ambito dell’articolato percorso dell’arte toscana fra le due guerre trovarono spazio figure di artisti, che con la loro carica individuale diedero un contributo alla definizione dell’idea di “Novecento”.
La prima sezione della mostra, curata da Rossella Campana, e’ dedicata a personalità come quelle di Felice Carena, Libero Andreotti, Ardengo Soffici, Romano Romanelli, Ottone Rosai, Carlo Carrà, Antonio Maraini, Giovanni Costetti, Achille Lega, Primo Conti, Antonio Berti, Bruno Innocenti, Pietro Bugiani, che costituiscono solo alcune delle molteplici possibilità di lettura di un momento culturalmente molto complesso, all’interno del quale si svolge il filo conduttore della ricerca di uno “stile” che non necessariamente o non solo si riconosce nel movimento ufficiale del “Novecento” toscano di Raffaello Franchi, ma che e’ tale, comunque, e sebbene presenti caratteri spiccatamente propri, da potersi confrontare a pieno titolo con quanto proposto negli stessi anni dal “Novecento” milanese di Margherita Sarfatti.

La seconda sezione, curata da Francesca Cagianelli illustra appunto le ragioni del “Gruppo Novecentesco Toscano”, movimento quest’ultimo formatosi sotto l’egida di Raffaello Franchi, sostenitore tra l’altro della rivista “Solaria” fin dalla sua nascita nel 1926. Tale gruppo, costituito da Baccio Maria Bacci, Bruno Bramanti, Alberto Caligiani, Giovanni Colacicchi Caetani, Franco Dani, Guido Ferroni, Italo Griselli, Marino Marini, Guido Peyron, Ennio Pozzi, Silvio Pucci, Ludovico Tommasi, Gianni Vagnetti, viene presentato in catalogo da Raffaello Franchi in occasione della mostra tenutasi nel 1928 alla Galleria Milano. Il proposito di Franchi consiste nell’ “inaugurare a Firenze lo stile di intelligente modernità che a Milano costituisce il maggior titolo di gloria della Galleria Pesaro”, ma, in realtà il programma redatto nell’introduzione al catalogo verte su “l’amoroso naturalismo, che salendo dalla natura morta al paesaggio, e da quello, secondo le forze, alla figura e alla composizione di figure, sempre bada a non ismarrire il controllo dell’adorabile, poeticissima verità”.

In quest’ottica le nature morte di Giovanni Colacicchi assumono il valore di una figura umana, le vedute urbane di Franco Dani e Silvio Pucci evocano immaginarie presenze, le figure di Alberto Caligiani risultano addirittura “mitici e complementari elementi” dei paesaggi dell’artista, la stilizzazione misurata di Baccio Maria Bacci e’ funzionale all’espressione di significati profondi, le figure di Guido Peyron assolvono una “urgenza d’espressione lirica e di canto”.
E ancora Franchi indugia su Ludovico Tommasi, “artista “d’ottima polla ottocentesca”, sulla distinzione disegnativa di Bruno Bramanti, cosi’ come sulla “trepida sobrietà” di Guido Ferroni, infine sulla “bravura” di Gianni Vagnetti e Ennio Pozzi, che comunque danno origine a “due diversi drammi espressivi”.

Tra gli scultori Franchi cita poi Marino Marini, “caldo e giovanile plasmatore” e Italo Griselli, notevole per la sua “grave sapienza sculturale”, entrambi artisti di prim’ordine nell’ambito del Gruppo Novecentesco Toscano. Il tentativo di dialogo tra lo schieramento toscano e quello milanese si realizza tramite l’organizzazione della mostra dei Sei Artisti del Novecento, comprendente Carrà, Funi, Marussig, Tosi, Salietti e Sironi alla Galleria Bellenghi di Firenze in quello stesso 1928 che vedrà appunto l’inaugurazione della mostra del Gruppo Novecentesco Toscano alla Galleria Milano.

Nonostante il parere di Carrà secondo cui il rapporto tra la Toscana e la Lombardia sono da sempre proficui e anzi debbono essere coltivati in vista di una “unità spirituale” che gioverà ai Lombardi in ragione della “limpida linearità toscana” e ai Toscani in ragione di una maggiore libertà chiaroscurale e attenuazione dello “spirito conservatore” (Carrà 1928), sarà Franco Dani nel 1931 a rivendicare le radici dell’arte novecentesca toscana come una sorta di professione di fede verso il “Vero amorosamente studiato e non spavaldamente manomesso”.

La terza sezione, curata da Susanna Ragionieri, affronta il tema del paesaggio e della natura sentiti come fonte di immaginazioni solari, mediterranee, mitiche. Fra gli artisti considerati, alcuni come Giovanni Colacicchi e Baccio Maria Bacci, appartengono al gruppo del “Novecento”, altri come Alberto Magnelli, Onofrio Martinelli e Ram (Ruggero Michahelles), intessono stretti e talvolta duraturi rapporti con la Francia, altri ancora, come lo scultore Libero Andreotti, hanno alle spalle un lungo percorso artistico. Eppure, tale varietà di esperienze e di personalità sembra trovare una ragione comune proprio nella libera meditazione su una natura intesa come visione, generatrice di immagini abbacinate o rarefatte, e di figure moderne, sature di echi lontani. Si profila cosi’ una posizione alternativa, sia al severo ruralismo di Soffici, sia al piu’ affabile e sottilmente inquieto racconto del quotidiano proposto da Franchi.

A cura di Francesca Cagianelli e Rossella Campana

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