I fantasmi di Guido Peyron

Dove t’abbatti, dopo il breve sparo
(la tua voce ribolle, rossonero
salmi’ di cielo e terra a lento fuoco)
anch’io riparo, brucio anch’io nel fosso?.

Eugenio Montale da IL GALLO CEDRONE.

A Guido Peyron pittore e cuoco

Inaugura venerdi’ 12 settembre presso la Palazzina Mangani di Fiesole, la mostra I fantasmi di Guido Peyron. Ritratti come nature morte 1898 -1960, curata da Francesca Cagianelli, patrocinata dal Comune di Firenze e dal Comune di Fiesole, promossa dal Comitato Promotore ”Guido Peyron e il Novecento Toscano”, costituito dagli eredi dell’artista e presieduto da Francesca Cagianelli. L’esposizione di taglio antologico si terrà dal 13 settembre al 9 novembre 2003.

Alcune note sull’artista
Guido Peyron, nato a Firenze nel 1898, personaggio poco noto, e’ tuttora da indagare non solo per le sue molteplici relazioni con l’ambiente artistico e culturale fiorentino, ma anche come frequentatore delle avanguardie parigine all’alba degli anni Trenta.

Figura di grande rilievo negli ambienti culturali della Firenze degli anni Venti, Peyron era amico di molti artisti e intellettuali come testimoniano i ritratti di rara eleganza espressiva di Eugenio Montale, Massimo Bontempelli, Aldo Palazzeschi, Arturo Loria, e l’importante, quanto poco fortunato dipinto Gli amici nell’atelier (1928), ambientato nello studio dell’artista, conservato presso la Galleria d’arte moderna di Palazzo Pitti di Firenze.
La personalità vibrante e l’indiscusso talento artistico ne fanno un personaggio amatissimo da critici, letterati ed artisti come Sebastiano Timpanaro, Alessandro Bonsanti, Matteo Marangoni, Orio Vergani, Manlio Cancogni, Giovanni Colacicchi, Baccio Maria Bacci, Michelangelo Masciotta, Alessandro Parronchi, ma soprattutto Eugenio Montale che volle dedicare all’amico artista e ottimo cuoco, la poesia Il gallo cedrone.
L’amicizia con il poeta lo vede partecipe della famosa ”tavolata” del 1931, quando Montale ricevette il Premio Antico Fattore per La casa dei doganieri, pubblicato da Vallecchi. La Biblioteca del Gabinetto Vieusseux ne conserva tuttora l’esemplare con le firme autografe degli artisti presenti tra cui, oltre a Peyron e Montale: Libero Andreotti, Gianni Vagnetti, Francesco Chiappelli, Arturo Loria, Alberto Magnelli.
La profonda passione per l’arte culinaria lo porta a pubblicare nel 1956 il libro Note sulla cucina e altre cose, edito dalla Vallecchi.

La mostra, il percorso critico
Grazie all’impegno del Comitato Promotore ”Guido Peyron e il Novecento Toscano” e’ stato possibile riportare alla luce materiale fotografico e documentario assolutamente inedito e di consistente rilevanza scientifica al fine di colmare alcune lacune nella storia culturale e figurativa italiana, con particolare riferimento alla Firenze novecentesca.
Testimonianze di tale storia si possono rinvenire nella vitalità editoriale dell’attività della Casa Editrice Vallecchi, di Attilio e Paolo Vallecchi, che furono entrambi intimi amici di Peyron, nonche’ entusiastici mecenati, come documenta l’epistolario conservato presso il Gabinetto Vieusseux di Firenze.
Le sessanta opere selezionate per la mostra rispondono ad un percorso non solo cronologico, ma anche tematico e storico-critico: i ritratti e le nature morte trovano, fin dagli anni Venti, una loro sequenza logica e visiva non solo nel dipanarsi degli anni e delle stagioni stilistiche, ma anche nel rigoglio di una immaginazione lirica che partorisce con foga inesauribile creature prive di una tangibile corporeità e al contempo fiori di una vitalità quasi carnivora.
Tale attitudine creativa desto’ l’interesse critico dapprima di Alessandro Bonsanti e quindi di Sebastiano Timpanaro, i quali si pronunciarono a favore di questa lirica espressività spesso al confine con una morbosità insopprimibile che talvolta giunge a rievocare certi episodi narrativi di Arturo Loria.
Altro episodio cruciale, sempre nell’ambito dell’anni Venti, coincide con l’esordio di Peyron alla Biennale di Venezia del 1926 con alcuni dipinti monumentali di nudi, distrutti in seguito dall’artista, ma presentati ugualmente in catalogo grazie alla documentazione dell’archivio degli eredi, e che appunto costituiscono il nucleo di ispirazione della sezione dedicata ai nudi petroniani, intesi quali istanti di solitudine e consapevolmente restituiti dall’autrice ad una temperie lirica che non consente mai all’arabesco decorativo di annientare il fremito del vero. La svolta degli anni Quaranta segna, all’interno del percorso espositivo, cosi’ come all’interno del catalogo, una tappa decisiva in quella straordinaria vicenda peyroniana che coincide con il passaggio dall’arabesco al tono, come sottolineo’ lo stesso Timpanaro.
In questa sezione trovano posto, accanto a capolavori noti quali Donna con fiori della Galleria d’arte moderna di Palazzo Pitti, e Nudo femminile con corallo della collezione Vallecchi, anche nature morte del tutto inedite, dove comincia a vibrare una nuova dimensione atmosferica, magmatica e pulviscolare, che tende a deformare ulteriormente il reale.
Altro nodo cruciale risulta la sezione dedicata agli anni Cinquanta, finora mai indagati criticamente, con opere atipiche in un panorama toscano dilaniato tra il figurativo e l’astratto. In questa fase le tele dell’artista si popolano, in uno stile di parossistica deformazione e di elettrico cromatismo, di manichini, velieri e prostitute che riecheggiano ossessivamente, con minor allegria che in altri tempi, quei temi dell’introspezione, del viaggio, e dell’umanità marginale che Alfonso Gatto utilizzo’, con incredibile intuito critico, per ascrivere Peyron tra i protagonisti dello stile ”notturno”, e definirlo una sorta di emulo baudelairiano.

Il catalogo
Il catalogo della mostra, a cura di Francesca Cagianelli, comprende, oltre alle sessanta opere esposte, altre sessanta opere tra le piu’ significative della produzione dell’artista, e oltre trecento opere, riprodotte in bianco-nero, alcune delle quali attestate nel ponderoso archivio degli eredi,altre invece rinvenute nel corso delle ricerche relative alla monografia.
Il volume, di 280 pagine, vedrà in qualità di coeditori la Galleria Pananti e il Comune di Fiesole.
Una tiratura limitata, ideata e curata da Francesca Cagianelli, verrà stampata sotto forma di cofanetto contenente la monografia dell’artista e una riproduzione anastatica del volume di Peyron, Note di cucina, edito da Vallecchi nel 1956 e ristampato in questa occasione dalla Tipografia Bandecchi e Vivaldi di Pontedera, con il patrocinio del Comitato promotore Guido Peyron e il Novecento Toscano, corredato da illustrazioni dell’artista, considerato oggi una rara testimonianza dell’editoria gastronomica di valore artistico.

L’artista Guido Peyron, biografia
(Firenze nel 1898- 1960)
Frequenta a Firenze l’Istituto Tecnico, e, al termine del corso di studi, partecipa come volontario alla prima guerra mondiale con l’incarico di ufficiale.
Dal 1920 al 1922 si dedica alle corse automobilistiche e si converte alla pittura solo a partire dal 1924, sostenuto dai suggerimenti di Ludovico Tommasi, divenuto ben presto suo maestro. Incuriosito, fin dagli esordi, dall’opera di Amedeo Modigliani, intorno al 1928 si reca a Parigi dove instaura numerosi contatti con la scuola degli Italians de Paris.
Partecipa a numerose Biennali veneziane, dove espone per la prima volta nel 1926, fino ad essere insignito nel 1940 di una personale, e alle Quadriennali di Roma, dove nel 1939 espone un importante Nudo femminile.
Nel 1932 espone a Firenze alla Galleria di Palazzo Ferroni, insieme con Ardengo Soffici, Giorgio De Chirico, Ottone Rosai e Mario Sironi.
Nel 1943 viene allestita presso la Galleria Il Fiore una importante personale, presentata in catalogo da Sebastiano Timpanaro.
Dal 1942 e’ titolare della cattedra di figura disegnata al Liceo Artistico di Firenze.
Nel periodo tra le due guerre, pur aderendo al Gruppo Novecentesco Toscano, continua a realizzare una pittura di impronta non retorica, ma anzi ricca di elementi lirici e personali.
Il suo primo periodo, suggestionato dall’esempio modiglianesco, e’ caratterizzato da deformazioni lineari e dall’influsso dell’arabesco deco’; a partire dal 1943 la sua maniera diventa invece piu’ tonale, sulla scia di Felice Carena, ma anche della Scuola Romana, in particolare di Mario Mafai. Tra le sue opere piu’ significative si ricordano alcuni ritratti di intellettuali fiorentini che frequentavano il suo studio, tra cui Gli amici nell’atelier (1928), conservato alla Galleria d’arte moderna di Palazzo Pitti di Firenze, e Ritratto di Giorgio Pasquali (1936).
Fu appassionato anche di arte culinaria e nel 1956 pubblica il libro Note sulla cucina e altre cose, edito dalla Vallecchi, che conteneva una poesia di Eugenio Montale, Il gallo cedrone, intitolata appunto a Guido Peyron.
Nel 1966 gli viene dedicata una retrospettiva all’Accademia di Belle Arti di Firenze.
Presente a tutte le piu’ prestigiose esposizioni d’arte dell’epoca, quali Le Sindacali toscane, le Biennali di Venezia e le Quadriennali di Roma, Peyron riscuote un notevole successo di critica, laddove protagonisti delle testate principali, del genere di Raffaello Franchi, Ugo Ojetti e Elio Vittorini gli dedicano accenti di riconoscimento.
Opere di Guido Peyron si trovano peraltro nelle collezioni museali italiane quali la Galleria d’arte moderna di Palazzo Pitti e la Galleria Comunale d’Arte Moderna di Roma.
11 settembre 2003

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