Carla Celesia di Vegliasco: la signora del simbolismo toscano

A Collesalvetti per la prima volta raccolte le opere di Carla Celesia di Vegliasco
La signora del simbolismo toscano

Dal Tirreno del 20-09-03
Di Francesca Suggi

LIVORNO. In quelle opere la sua vita interiore. Su quelle tavole l’estro di un’artista fuori dal comune. Il disegno esprime pensieri. Il colore è la poesia della vita. Per la prima volta il mondo di Carla Celesia di Vegliasco si racconta attraverso l’ inedita mostra antologica «Carla Celesia di Vegliasco protagonista del simbolismo toscano», curato dall’esperta Francesca Cagianelli, con un saggio introduttivo dell’assessore alla cultura di Collesalvetti Nicla Capua.

Un mondo che si svela da oggi fino al 19 ottobre nei saloni di Villa Carmignani di Collesalvetti e che fa conoscere un prezioso tassello di quel «mosaico pittorico» dei primi del Novecento ancora poco esplorato dagli studi storico – critici. Vissuta per troppo tempo solo nelle pagine di un vecchio libro dedicatole dal marito Gino Lavelli e nella memoria di pochi, finalmente la sua inedita personalità artistica precorritrice dei tempi viene fuori in tutta la sua unicità. Per la prima volta si parla pubblicamente della vena pittorica di questo personaggio, che già alcuni mesi fa aveva stupito l’opinione pubblica per gli affreschi senza precedenti scoperti nella villa Il Poggio.

L’inaugurazione della mostra di oggi alle ore 17.30 coincide con l’apertura ufficiale di Villa Carmignani da parte della Cassa Nazionale Forense

Una baronessa speciale. La signora del simbolismo toscano è una baronessa molto speciale per Collesalvetti. Ma in generale per tutta la Toscana. Fiorentina di nascita e di formazione lombarda, è morta nel 1939 ed è sepolta nel cimitero comunale colligiano. Proprio qui, nella sua villa la baronessa aveva dato vita ad un grande salotto, tra i più prestigiosi dell’epoca, al quale partecipavano regolarmente artisti come Pietro D’Achiardi, i fratelli Tommasi e Luigi e Francesco Gioli. Formatasi all’Accademia libera di pittura di Filippo Carcano, fin dai primi del’900 l’artista mostra una grande attrazione per il Simbolo per poi finire per aderire, con la sua monumentale opera pittorica colligiana negli interni di Villa Il Poggio, a quel culto dei Primitivi che molti altri artisti di Pisa, tra Ottocento e Novecento andavano maturando, con l’insegnamento di Nino Costa e con l’impegno storico critico di Igino Benvenuto Supino, Antony de Witt, Pietro D’Achiardi per arrivare a Spartaco Carlini e Alberto Magri.

Il suo è comunque un simbolismo sui generis che non dimentica la tradizione toscana. Un’arte simbolica, da una parte studio del vero e dall’altra copia dell’antico e dell’arte sacra. Un binomio ineludibile per chi come Celesia segue fin dai primi del Novecento il sogno di una nuova estetica.

Mostra senza precedenti. 48 dipinti, quarantotto segreti in mostra. Un universo tutto da scoprire ripercorso nei dettagli anche all’interno del catalogo, che offre un’ampia pubblicazione monografica di Carla Celesia, arricchita da inediti presi dall’unico volume scritto su di lei dal marito, nel 1942, reperibile oggi solo in alcune librerie antiquarie.

«L’artista – spiega Francesca Cagianelli – non aveva un mercante d’arte. Ecco perché si tratta della prima mostra antologica delle sue opere. Non è stato facile raggruppare i suoi lavori. Siamo quindi andati a ritroso, nella sua vita per risalire a parenti e estimatori tuttora viventi che molto gentilmente ci hanno messo a disposizione i dipinti». Un percorso originale. Al 1900 risale «Fiori pei morti» estrema testimonianza della sua adesione, fatta all’amico e mecenate Francesco Gioli.

Il bello incondizionato l’attrae. E’ consapevole che l’arte va modificandosi e che «il vero, con lo scopo verista di rendere quanto tutti vedono, non va più». Da qui l’aspirazione ad un vero trasfigurato, «a servizio di un’idea, di un sentimento». Il colore al centro di questa nuova idea del Simbolo, così come si può vedere da diversi ritratti e paesaggi dei primi del Novecento. «Da Vespero autunnale», al «Ritratto all’aperto», fino ad arrivare a «Gino al verde», vero testimone della propensione dell’artista anche al divisionismo. Questa dedizione al ritratto e al paesaggio la portano al progetto dell’opera forse più emblematica dell’artista «L’uomo di domani».

Dopo una solitudine quasi carducciana che la colse intorno al 1903, Celesia torna all’olio su tela con animo ancora più innovatore. E un simbolismo congiunto con il sentimento della natura e con il doppio registro tipico del movimento in Toscana: da una parte il culto dell’antico, dall’altra quello dell’arte sacra con una predilezione per lo studio degli angioli.

Gli affreschi. Il catalogo della mostra si chiude con la riproduzione del Trionfo della Morte di Benozzo Gozzoli e di Buffalmacco del cimitero monumentale di Pisa, gravemente danneggiato dai bombardamenti dell’ultima guerra. La mano è sempre quella di Carla Celesia. Si torna a riproporre l’incantesimo di Villa Il Poggio, dove ogni stanza, ogni muro, ogni soffitto è percorso con un ciclo tratto da questi affreschi, tesi a far riflettere gli abitanti stessi della villa sui temi dell’esistenza. Un cerchio che si chiude, abbracciando dentro di se le due pubblicazione che per prime hanno dato voce ad un genio rimasto inascoltato per troppo tempo.

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