Di padre in figlio. L’arte e il pensiero dei due Servolini

Le acqueforti di Carlo, le xilografie di Luigi.

Dal Tirreno del 24 novembre 2004
Francesca Suggi

COLLESALVETTI. Un occhio inedito che osserva. Una mano fuori dal coro che scrive e disegna. Un pensiero che solo oggi esce allo scoperto e si fa sentire. Moltiplicato per due, amplificato di padre in figlio, ecco che il Novecento toscano rende omaggio a Carlo e a Luigi Servolini. “L’arte, il pensiero e le tecniche” di questi due artisti tornano a vivere in una mostra. In quasi centoquaranta opere si ricompone l’anima e il genio artistico di questi due personaggi, amati anche dal critico d’arte Vittorio Sgarbi che sarà presente all’inaugurazione dell’esposizione, sabato alle ore 16.30 a villa Carmignani.

«Carlo durante la seconda guerra mondiale sfollò qui a Collesalvetti – racconta Nicla Capua presidente dell’istituzione comunale per la cultura Clara Schumann – dove morì. Il figlio Luigi, negli anni ’60, donò al Comune alcuni quadri e incisioni del padre. E a lui verrà dedicato il primo nucleo della pinacoteca che sarà riaperta entro l’anno nello storico palazzo Romboli». Vittime entrambi di una critica poco attenta, mentre Luigi sceglie la carriera di incisore, approdando ai misteri tecnici della xilografia, Carlo scopre la possibilità di travalicare la “macchia” per specializzarsi nel chiaro scuro e nei notturni.

In particolare con “La luna e le nubi” si inaugura la sua stagione di notturni, influenzata dalla fioritura della scuola di Guglielmo Micheli: «Si va a sfatare – spiega Francesca Cagianelli, critica d’arte, curatrice del catalogo e della mostra – l’idea di pittura labronica di Renato Natali. Se quest’ultimo realizzava grandi scenografie con notturni e policromie, Carlo Servolini diventa il suo contraltare, con i suoi notturni monocromi». Sarà proprio Gino Mazzanti un collega di Carlo, alla scuola di Lorenzo Cecchi, ad eternare l’artista nelle vesti di «cantore del bosco di Tombolo»: «disegnatore istintivo e castigato ebbe per il colore una forte inclinazione e una predilezione per i forti contrasti del chiaroscuro. E’ ciò che appare evidente non solo nei suoi dipinti ma soprattutto nelle incisioni litografiche e nelle sue acqueforti». Influenzato dalla tecnica di pittura dei primitivi nordici, Carlo realizza le grandi allegorie della serie dei Vizi del 1937 e del ciclo della Via Crucis. Riprende, inoltre, il gusto del grottesco dalle avanguardie europee, che traspone in opere come «Il cieco», «Il cane grifone».

Altra la strada seguita dal figlio Luigi, che inizia giovanissimo a dipingere. Ai tempi dettava legge Plinio Nomellini che subito isola quel «fanciullo che ebbe l’ardimento di rifiutare di chiamarmi maestro». Alle soglie degli anni Venti l’astro pittorico di Luigi si volge altrove, non senza lasciare opere realizzate a soli quattordici anni, che già dimostrano un’inclinazione di genio. Si percepiva in quei lavori una leggera influenza del futurismo, con l’approvazione di Virgilio Marchi, pittore futurista e scenografo di Pirandello. Tutto andò distrutto durante i bombardamenti e oggi rimangono alcuni lavori di indole fauve. Luigi finisce, comunque per imporsi come incisore, cimentandosi in tematiche quali l’incisione in legno e la xilografia giapponese. Intorno agli anni ’50 Luigi Servolini inaugura il filone sacro con “La pietà” e “S.Francesco predica agli uccelli”. La stilizzazione, questa volta, sembra seguire tracciati di una modernità espressiva distanti dall’arcaicismo gotico degli anni Trenta.

Ma è senza’altro l’aspetto cromatico a suggestionare l’artista. Servolini è anche l’inventore del cosiddetto quarto sistema di stampa, ovvero un linguaggio grafico, «senza il sapore della sgorbiata, senza l’intreccio sottile dei segni lineari della calcografia, senza le morbidezze e le sgranature che dà la pietra litografica», lascia scritto in “Serigrafia originale” del 1971. Uno dei tanti lavori di critica scritti dallo stesso Luigi, che restano tutt’oggi testimonianze conosciute a livello mondiale di lungimiranza culturale da una parte e di mecenatismo artistico dall’altra.

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