Osvaldo Peruzzi: un navigatore della modernità

La folgorazione arriva grazie all’incontro con Marinetti.
Un navigatore della modernità.
Gli studi a Milano. Poi l’intero percorso è tutto livornese.
Fino alla grande mostra al museo «Fattori»
.

Nel saggio introduttivo che Enrico Crispolti scrisse in occasione della mostra che il Museo Giovanni Fattori di Villa Mimbelli ha dedicato all’attività di Osvaldo Peruzzi una definizione appare particolarmente calzante alla personalità dell’artista: “un navigatore della modernità” in un filo continuo che dagli anni Trenta, segnati dall’adesione al Futurismo e dall’incontro con Marinetti, si dipana con “coerente continuità” fino agli anni Settanta e Ottanta, non meno fervidi e attivi, anziché improntati a un nostalgico revivalismo animati piuttosto da una forte partecipazione ai temi cruciali del nuovo momento storico.

Ancora un altro aspetto occore ricordare di questa lunga vicenda artistica, vissuta da Peruzzi interamente a Livorno, defilato da situazioni di più facile notorietà e tuttavia in grado di costruire, con coerenza non scontata, una propria presenza futurista ben oltre i confini della stessa area toscana. E questo appare ben evidente anche nella stessa evoluzione della sua ricerca pittorica, non interrotta dalla drammatica esperienza bellica, anzi ripresa con rinnovato slancio, ben al di là dell’avanguardia storica del Futurismo, senza tuttavia negarne il bagaglio strumentale e mantenendo la sua personale inclinazione verso un linguaggio teso ad una astrazione formale di consapevole sintesi.

L’esordio del giovane Peruzzi pittore matura negli anni della formazione a Milano alla facoltà d’Ingegneria: non è difficile allora immaginare che proprio questa mentalità tutta tecnologica abbia avuto un peso non trascurabile nell’adesione al Futurismo, tra l’altro in un ambiente, quello milanese degli anni Venti, assai vitale e ruotante attorno all’attività della Galleria Pesaro. Dal diretto contatto con le opere dei maggiori esponenti del movimento futurista Peruzzi assumerà in particolare la sollecitazione “meccanica”, più connaturata alla sua concezione di un lucido controllo razionale dell’immaginazione fantastica. Dalla prima uscita milanese della fine del 1931 Peruzzi consolida il proprio impegno espositivo con la presenza alle varie edizioni della Sindacale livornese e, nel 1933, con la partecipazione all’omaggio a Boccioni alla Galleria Pesaro, quindi all’importante edizione del Premio del Golfo della Spezia e infine alla storica “Mostra nazionale d’arte futurista” organizzata a Livorno in quell’anno da Bottega d’arte.

Nondimeno la vocazione futurista di Peruzzi assume nell’ambito del panorama storico coevo tratti affatto particolari; coinvolto dell’entusiasmo per la rappresentazione aereopittorica, resta attento anche ad altre tematiche, quali la città, il paesaggio, la fabbrica, fino alla figura umana, sempre nell’ambito di un’urgenza narrativa turbata dalla drammaticità del contesto storico. La sigla più autentica di Peruzzi è quella delle suggestioni di ascendenza meccanica rese per il tramite di una geometria fortemente squadrata e dominate da un accesso cromatismo. Valga per tutti l’Autoritratto dipinto nel 1934, aspirazione ad una possibile sintesi tra l’attitudine alla scomposizione spaziale da una parte, ben evidente quest’ultima nella trasversalità dei piani che sondano la corporeità dell’artista e insieme quella del busto femminile, e la cubatura implacabile del paesaggio urbano dall’altra.

Ma la statura culturale e artistica di Peruzzi – proprio oggi – deve essere riletta nella complessità delle sue diverse stagioni. Gli anni Quaranta, dominati dall’esperienza della prigionia, dove il bagaglio futurista si confronta con un ripiegamento verso una dimensione esisteziale dai toni quasi espressionistici. Quindi, attraverso una “nuova spettacolarizzazione formale e cromatica” per dirla con Crispolti, la stagione della complessa quanto intensa creatività che dagli anni Settanta giunge ai nostri tempi: si ritrova qui una consapevole e determinata continuità con l’esperienza futurista nutrita da una pluralità di suggestioni che spaziano dal recupero di stagioni cruciali quali quella di Giacomo Balla, fino a sintesi di matrice post-cubista e ancora disinvolte incursioni nell’immaginario pop, ben evidenti nei dipinti dedicati al cinema, al rock, al jazz (tema quest’ultimo frequentato agli esordi della sua pittura): tutto dominato da un raffinata e mai gratuita sintesi formale e da un acrobatico cromatismo.

Peruzzi riesce dunque a rinnovare con quello stesso incessante entusiasmo che lo spinge a metabolizzare l’imponente mole degli eventi bellici mondiali, l’avventura futurista, ritrovando in quest’ultima non solo una dimensione linguistica immaginaria connaturata alla sua vocazione artistica, ma anche lo strumento più vitale per una insistita adesione alla contemporaneità; ed è proprio un tale entusiasmo che fa di Peruzzi non solo un raffinato interprete del movimento futurista, ma anche e soprattutto un protagonista delle avanguardie del Novecento italiano.

Dario Matteoni

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