Piazza Guerrazzi e i bunker, un’altra occasione mancata

Livorno. La replica, davvero paludata, che l’assessore Bruno Picchi dedica alla Piazza Guerrazzi merita qualche breve notazione a margine. Partiamo dalla questione dei due famigerati “bunker”, così come ormai sono noti nell’immaginario collettivo: difficilmente, anche se mascherati con pietre di minor o maggior pregio, ricorrendo cioè ad un succedaneo di nessuna creatività o razionalità, questi assumeranno la dignità di un segno di architettura. E a questo proposito, risulta perlomeno bizzarro che la Società titolare della realizzazione del parcheggio si appelli, quasi a voler giustificare l’indifendibile intervento livornese, alla tipologia delle analoghe costruzioni realizzate per la piazza Ghiberti di Firenze, fingendo di dimenticare o forse non comprendendo affatto il ben diverso contesto di una piazza inserita nel monumentale sistema dei grandi boulevards concepiti da Giuseppe Poggi che ancora oggi circondano la città in analogia con quanto accadeva nelle grandi capitali europee della fine dell’Ottocento.

La replica, davvero paludata, che l’assessore Bruno Picchi dedica alla Piazza Guerrazzi merita qualche breve notazione a margine. Partiamo dalla questione dei due famigerati “bunker”, così come ormai sono noti nell’immaginario collettivo: difficilmente, anche se mascherati con pietre di minor o maggior pregio, ricorrendo cioè ad un succedaneo di nessuna creatività o razionalità, questi assumeranno la dignità di un segno di architettura. E a questo proposito, risulta perlomeno bizzarro che la Società titolare della realizzazione del parcheggio si appelli, quasi a voler giustificare l’indifendibile intervento livornese, alla tipologia delle analoghe costruzioni realizzate per la piazza Ghiberti di Firenze, fingendo di dimenticare o forse non comprendendo affatto il ben diverso contesto di una piazza inserita nel monumentale sistema dei grandi boulevards concepiti da Giuseppe Poggi che ancora oggi circondano la città in analogia con quanto accadeva nelle grandi capitali europee della fine dell’Ottocento.

Vi è almeno una differenza di scala! A voler mantenersi su di un piano di argomentazioni logiche e non effettivamente strumentali o propagandistiche, dobbiamo poi dire che difficilmente l’attuale configurazione della piazza appare un luogo “neutro” – e, di grazia, quale mai intervento architettonico concepito da emeriti professionisti può davvero definirsi, senza falsa retorica, “neutro”? – o peggio ancora tale da costituire un unicum con la piazza del Picchetto racchiusa tra i ricostruiti quartieri militari e l’abside del cisternino, a voler per forza evocare una continuità architettonica appetita dall’assessore Picchi, ma niente affatto giustificata dall’attualità delle vicende urbane livornesi.

Basta solo pensare alla lacerazione che la via Grande, così come si pone oggi dopo gli interventi della ricostruzione, introduce in questo piccolo brano di città. E’ vero, in una fase iniziale della progettazione messa a punto dalla precedente Amministrazione, si era pensato ad un porticato, di struttura leggera, che avrebbe potuto introdurre possibili pause spaziali in un contesto oggi di difficile percezione. Era una possibile idea di architettura, certo non l’unica, che in ogni caso poneva in termini rigorosi e ragionati l’urgenza di ricreare, anche idealmente, una piazza, questione in ogni caso indipendente – nel percorso progettuale e amministrativo – dalla questione del parcheggio.

Restano davvero poco comprensibili, anche a chi dispone di una certa esperienza tecnica e culturale, i motivi che hanno condotto alla ristrutturazione di una piazza che, per quanto si possa mascherare con ulteriori interventi palliativi – appare, nonostante ogni puerile propaganda, come una delle tante occasioni mancate per la città di dialogare con le sue architetture storiche, invece di partecipare – sempre nei limiti delle normative previste dal codice per la conservazione dei beni culturali – ad una prestigiosa e auspicata vicenda di architettura contemporanea.

E d’altra parte come non ricordare che a Livorno negli anni ’70 si pensò bene di far correre al di sopra delle Terme della Salute, uno dei principali segni della stagione liberty in Toscana, il nastro di un cavalcavia? Ancora una volta un colloquio mancato tra antichità e modernità, e una malintesa funzionalità urbanistica. Allora, verrebbe proprio da augurarsi che, invece di voltarsi a sbirciare con una certa pigrizia di coordinate geografiche gli episodi più banali dell’urbanistica di Firenze, gli addetti ai lavori proiettino lo sguardo, nell’estremo tentativo di un più fattivo aggiornamento, verso i più prestigiosi esempi dell’architettura europea.

Vi è almeno una differenza di scala! A voler mantenersi su di un piano di argomentazioni logiche e non effettivamente strumentali o propagandistiche, dobbiamo poi dire che difficilmente l’attuale configurazione della piazza appare un luogo “neutro” – e, di grazia, quale mai intervento architettonico concepito da emeriti professionisti può davvero definirsi, senza falsa retorica, “neutro”? – o peggio ancora tale da costituire un unicum con la piazza del Picchetto racchiusa tra i ricostruiti quartieri militari e l’abside del cisternino, a voler per forza evocare una continuità architettonica appetita dall’assessore Picchi, ma niente affatto giustificata dall’attualità delle vicende urbane livornesi.

Basta solo pensare alla lacerazione che la via Grande, così come si pone oggi dopo gli interventi della ricostruzione, introduce in questo piccolo brano di città. E’ vero, in una fase iniziale della progettazione messa a punto dalla precedente Amministrazione, si era pensato ad un porticato, di struttura leggera, che avrebbe potuto introdurre possibili pause spaziali in un contesto oggi di difficile percezione. Era una possibile idea di architettura, certo non l’unica, che in ogni caso poneva in termini rigorosi e ragionati l’urgenza di ricreare, anche idealmente, una piazza, questione in ogni caso indipendente – nel percorso progettuale e amministrativo – dalla questione del parcheggio.

Restano davvero poco comprensibili, anche a chi dispone di una certa esperienza tecnica e culturale, i motivi che hanno condotto alla ristrutturazione di una piazza che, per quanto si possa mascherare con ulteriori interventi palliativi – appare, nonostante ogni puerile propaganda, come una delle tante occasioni mancate per la città di dialogare con le sue architetture storiche, invece di partecipare – sempre nei limiti delle normative previste dal codice per la conservazione dei beni culturali – ad una prestigiosa e auspicata vicenda di architettura contemporanea.

E d’altra parte come non ricordare che a Livorno negli anni ’70 si pensò bene di far correre al di sopra delle Terme della Salute, uno dei principali segni della stagione liberty in Toscana, il nastro di un cavalcavia? Ancora una volta un colloquio mancato tra antichità e modernità, e una malintesa funzionalità urbanistica. Allora, verrebbe proprio da augurarsi che, invece di voltarsi a sbirciare con una certa pigrizia di coordinate geografiche gli episodi più banali dell’urbanistica di Firenze, gli addetti ai lavori proiettino lo sguardo, nell’estremo tentativo di un più fattivo aggiornamento, verso i più prestigiosi esempi dell’architettura europea.

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