Renato Vigo. L’esprit du surréalisme souffle ou il veut

Lo spirito del surrealismo soffia dove vuole

Con questa breve ma programmatica affermazione José Pierre, artista, critico d’arte, e promotore artistico del Surrealismo europeo, inaugura in catalogo il percorso espositivo della mostra di Colonia del 1971, e con questa frase mi piace inaugurare questa serata di presentazione di una collana che a pieno titolo si inserisce nella bibliografia relativa al Novecento Toscano con credenziali assolutamente esclusive.

Lo spirito del Surrealismo che aveva soffiato da Parigi a Colonia a Quercianella, riunendo intorno al 1969, tre personalità diversissime e lontanissime – José Pierre, appunto, Theo Gerber, altro esponente del Surrealismo europeo, e Renato Vigo, allora come sempre isolatissimo ma produttivo autodidatta nell’ambito della stagione surrealista toscana – questo spirito ha soffiato ancora una volta, a distanza di tanti anni, riuscendo a riunire qui oggi un pubblico che finalmente si riappropria di una personalità artistica da anni dimenticata non solo in ambito nazionale, ma anche locale.

E’ un lungo progetto quello che è approdato oggi in questa sala grazie ancora una volta alla generosa disponibilità della Fondazione Cassa di Risparmi di Livorno, nella persona del suo Presidente, Luciano Barsotti, e del suo Vice Presidente, il Prof. Carlo Venturini, che qui ringrazio calorosamente, un progetto che fin dall’inizio si è coronato di difficoltà molteplici, dovute allo scarso radicamento dell’artista nella cultura e nell’immaginario del contesto culturale cittadino, ma che subito ha trovato nel Presidente Barsotti una pronta e benevola risposta, anche soprattutto grazie all’intuizione di un progetto, quello della collana dal titolo Rarità del Novecento Livornese, che a tutti gli effetti si prestava ad una personalità quale quella di Renato Vigo.


Il progetto è appunto quello che oggi vi presento con orgoglio, perché ideato solo in base ad una ormai lunga e approfondita indagine nelle zone più marginali della cultura artistica toscana e più specificatamente livornese, e non certo in base ad una committenza, vuoi istituzionale o universitaria.

Ed è per questo che ho inteso completare questo progetto assicurandomi il gradimento e la partecipazione del Prof. Franco Sborgi, e insieme la sua autorevolezza, il suo prestigio, la sua competenza e la sua profondità di giudizio, che mi rassicurano sul percorso avviato, visto che il Prof. Sborgi, oltre a presiedere numerosi corsi universitari, è impegnatissimo nella realizzazione di convegni ed eventi espositivi di calibro internazionale.

Il suo colto e bel saggio introduttivo, che io ho richiesto come una costante della collana Rarità del Novecento Livornese, conferma come sia possibile intrecciare senza forzature scientifiche la storia nazionale ed anche europea con la storia livornese, e quindi autorizza a tutti gli effetti la nostra ricognizione in margine a tutta quella miriade di personalità che in un silenzio privo di ufficialità ha realizzato la sua piccola ambizione di ripercorrere le grandi vicende figurative secondo l’arbitrio della propria immaginazione e l’estro della propria creatività.

Si tratta di una ricognizione avviata diversi anni fa, dapprima con curiosità e poi con sempre maggior scrupolo e attenzione verso personalità che sembravano essersi opposte quasi per vezzo alla luce di riflettori troppo ufficiali, personalità quasi sempre oscurate da inquietudini e vibrazioni non sempre comprensibili, personalità che amavano la solitudine e che rifuggivano il plauso dei colleghi.

Mi è sembrato quindi opportuno capovolgere le sorti di un destino personale, quello di artisti come Renato Vigo, ma anche di molti altri che andremo a trattare nei prossimi numeri, che sembrava aver pronunciato una definitiva parola di oblio sulla loro memoria, e costruire quindi un progetto che oltre a ripercorrere le ragioni di questo congenito isolamento, ponesse le fondamenta di più generosi criteri di valutazione scientifica, che all’interno del già noto tessuto figurativo del Novecento toscano, riuscissero ad includere nuovi capitoli e nuove tendenze.

Questa del surrealismo toscano è infatti un capitolo che mi piace oggi rivendicare con grande orgoglio, in quanto se anche volessimo reperirne qualche pur minima traccia nei repertori tradizionali o nelle più recenti pubblicazioni, o anche su mezzi informatici, la voce del Surrealismo toscano ne risulterebbe totalmente assente.

Travolta dagli esiti ben più roboanti dell’Informale, che proprio negli anni dell’elaborazione della poetica surreale da parte di Vigo approdavano al ben noto Premio Amedeo Modigliani della Città di Livorno, ancora non indagato con sufficiente autorevolezza critica, la stagione surrealista sembra in Toscana coincidere quasi esclusivamente con episodi di marginalità artistica quali appunto quello di Renato Vigo.

Ecco che nell’ampia scelta dei nominativi che mi si presentavano, mi è sembrato opportuno scegliere quello appunto di Vigo, portavoce esclusivo della stagione “disamata” per eccellenza, come la definirà Luigi Carluccio nel 1968.

Mi piace qui anticipare la statura altrettanto esclusiva di personalità quali quella di Mario Ferretti, vigoroso interprete di una maniera novecentista intrisa di una drammatica modernità; quindi di Lorenzo Cecchi, il maestro di Benvenuto Benvenuti, che con perizia di architetto rivisitò i monumenti dell’antichità e le vestigia archeologiche, senza trascurare l’attualità dell’immagine urbana di città come Roma, Urbino, Lucca e Livorno, ritratte sempre attraverso un filtro di sognante malinconia; e ancora di Francesco Franchetti, che morto suicida nel 1931, aveva rinvenuto nel riverbero delle luci africane la chiave del superamento del macchiaiolismo.

Tante altre personalità si potrebbero aggiungere, ma, oltre a ritenere di non dover anticiparsi troppo sulla programmazione di una collana che a tutti gli effetti dovrà giocare anche un ruolo di costante sorpresa e stimolo culturale, sembra peraltro opportuno a questo punto soffermarsi seppur brevemente su Renato Vigo e sulla sua produzione di sconcertante autodidatta.

La notizia, solo di recente reperita tra le pagine del “Tirreno”, di una sua partecipazione nel 1919, alla sottoscrizione per una targa in memoria di Gabriele Gabrielli, gli esordi a Bottega d’Arte nel 1927 in veste di scultore dalle stigmate per così dire di novecentista, la scomparsa dalle cronache artistiche per quasi trent’anni, la sporadica partecipazione ad eventi artistici locali e nazionali, la prolifica produzione reperita presso gli eredi databile pressochè interamente dall’inizio degli anni Cinquanta fino alla scomparsa dell’artista, impongono un percorso di rivisitazione, non immune da curiosità ed ipotesi: ipotesi che diventano pressanti, soprattutto quando si pensa che proprio un surrealista di calibro europeo come Theo Gerber visiterà Renato Vigo a Quercianella e lo imporrà a José Pierre per la sua seconda mostra alla Baukunst Galerie di Colonia del 1971, Der Geist des Surrealismus.

Eppure, come si legge in catalogo, “eccezion fatta per i surrealisti propriamente detti, tra i quali si può constatare delle assenze indipendenti dalla mia volontà, gli artisti sono stati scelti – ribadisce Josè Pierre – generalmente in funzione dei miei incontri e delle mie curiosità. Per quel che riguarda gli artisti sconosciuti, parecchi mi sono stati segnalati dal mio amico Theo Gerber, che ha recato peraltro all’organizzazione di quest’esposizione, un contributo capitale. Conviene ancora segnalare – prosegue José Pierre – che se, ad eccezione di Arshile Gorky, non si trova qui alcun artista degli Stati Uniti d’America, è perché è sembrato che il numero e la diversità degli artisti dove si rivela lo spirito surrealista erano tali da poter carezzare la speranza di consacrar loro una esposizione ulteriore”.

Dunque i criteri di scelta che animarono Josè Pierre furono addirittura tali da privilegiare, rispetto al massiccio schieramento surrealista statunitense, quegli artisti sconosciuti che, come Renato Vigo, rispondessero alle leggi della casualità di un incontro, di una curiosità.

Ed è appunto grazie ad un incontro e ad una curiosità, che qui mi piace ricordare in chiusura, l’incontro cioè e la curiosità degli amici Anna Zalum e Mario Santarelli, che lo spirito surrealista di Renato Vigo ha soffiato – per dirla con José Pierre – ancora una volta provocatoriamente fino a noi, oggi, e che ci ha sorretto nell’elaborazione di questo generoso e coraggioso progetto, che come quello di Josè Pierre rivendica strategie culturali non istituzionalizzate, ma anzi sorrette dalla curiosità e dall’inatteso percorso dell’arte moderna.

Strategie culturali che possiamo ben dirlo ripropongono oggi alla comunità cittadina, ma non soltanto, preziosi tesori d’arte che andiamo a rivisitare – non esito a dirlo – come in una sorta di pesca miracolosa, a ribadire quanto la cultura oggi debba tornare a costituire a tutti gli effetti un evento, l’evento grazie al quale un artista sconosciuto viene finalmente riconsegnato alla storia.

Concludo ricordando come gli eredi, Christine Odierna, Maurice Odierna, Monica Odierna, Nicola Odierna, Roberto Odierna, Chiara Pierucci e Federica Rella, attendessero da anni questo evento, che oggi abbiamo l’orgoglio di regalargli.

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