Livorno al tempo del liberty

Dalle Acque della Salute ai villini sul mare: viaggio nel liberty della città labronica Profumo di fiori e lussi termali.
In un libro dello storico dell’arte Dario Matteoni le decorazioni e l’architettura del primo Novecento
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Di Maria Teresa Giannoni

Mazzi di girasole alla sommità di un arco, campanule, iris, volti di donna con lunghe trecce che sorreggono balconi, draghi con le ali spiegate. Un viaggio sulle tracce del primo Novecento a Livorno, tra architetture nascoste, esempi in bella evidenza e invece colpevoli, macroscopici casi di abbandono. Un percorso inebriante sotto la guida di “Livorno al tempo del liberty” di Dario Matteoni, storico dell’arte, organizzatore di eventi, ex assessore alla cultura, appena pubblicato da Ets (€ 10).

È il primo di una collana dal titolo “Su e giù per Livorno” che prenderà via via in esame i quartieri, i palazzi, le chiese, i mercati, le fortificazioni della città. Questo appena uscito è un libro piccolo, ma ricco di informazioni e fotografie che rendono inebrianti il viaggio nel tempo e la ricerca in giro per la città. Si parte subito dallo stabilimento Acque della Salute: quella che era stata concepita come la Montecatini del Mare e che era tutto un fiorire di giardini viene presentata attraverso implacabili fotografie nel suo attuale degrado: la vegetazione selvatica che inghiotte tutte le costruzioni e dilaga giù dalle terrazze, i colori sempre più sbiaditi delle ceramiche Cantagalli di Firenze.

Le immagini parlano da sole, Matteoni da parte sua ricostruisce la storia dellla progettazione, il senso delle decorazioni floreali dei pannelli in maiolica disegnati dall’artista fiorentino Ernesto Bellandi. Sono «immagini fantastiche popolate di divinità e di figure femminili associate alle acque marine… Nelle allegorie che allietano il grande parco, le attrattive dei bagni di mare e delle cure termali si fondono nell’idea di una città moderna capace di attrarre un turismo variegato». Ed ecco che attraverso il metodo scientifico dello storico dell’arte si fanno largo mille informazioni: dall’uso del cemento e del ferro a cui si piegava l’estetica, alla politica della società che gestiva le terme di ampliare la propria clientela anche tra i ceti meno abbienti.

Dalle terme al Grand Hotel Corallo, tutti e due di Angelo Badaloni (lo stesso che aveva realizzato alla fine dell’Ottocento il monumentale Mercato Centrale e le scuole Benci), alla Stazione Ferroviaria, con la grande arcata centrale della sua facciata, ai blocchi di abitazioni nel quartiere della stazione (datati 1911, le terme sono del 1903-1904): tutto acquista un senso nel grande progetto di una città moderna. Ma è l’edilizia privata – dice Matteoni – la tipologia che a Livorno sembra attirare di più l’esperienza del liberty. Molti si cimentano con la nuova moda e nascono i villini e le palazzine. La tensione creativa dell’epoca si spegne negli ultimi esempi, realizzati negli anni Trenta davanti all’Accademia, sono – dice Matteoni – frutto di «un eclettismo di ritorno, ormai privo di ogni carica innovativa».

Dal Tirreno del 24-01-06

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