Franchetti Mondolfi 1906. Introduzione di Dario Matteoni

Nelle note che Rodolfo Mondolfi scrive in margine al testo inviato a Francesco Pera e da questo pubblicato parzialmente nella quarta serie delle Biografie livornesi, compaiono alcune brevi notazioni sulla Livorno della metà dell’800. E’ questo un interessante e raro documento che restituisce i luoghi di origine e di vita, i punti di riferimento nella città di Livorno di una famiglia ebraica. Non vogliamo qui certo sopravvalutare le rapide notazioni del Mondolfi: tuttavia questo testo suggerisce, seppur per brevi accenni, le possibili intersezioni tra pratiche di vita sociale e organizzazione fisica della città. Il dato appare particolarmente significativo se consideriamo che proprio in quel torno di tempo Livorno subisce una notevole accellerazione demografica e un altrettanto considerevole sviluppo edilizio. Il primo dato che offre Rodolfo Mondolfi, nella nota dedicata alla nonna Rosa Tedeschi, moglie di Alessandro, vero protagonista del racconto biografico, definisce l’intorno delle relazioni sociali. Nata Tedeschi ella appartiene ad una famiglia “legata di stretta parentela e d’amicizia anche più stretta con i Mortera e con gli Aghib, famiglie tutte e tre delle più cospicue fra gl’Israeliti di Livorno”.

I luoghi dell’infanzia e dell’adolescenza definiscono i contenuti dello spazio urbano nel quale si svolgerà la vita di Rosa. “Nata anch’essa, come i fratelli a Livorno, in Via Serristori, presso alla Pallacorda, passò giovanetta, bambina forse, nella casa di Via dell’Angiolo, passato il pontino, rimpetto alla Fortezza nuova, sopra il banco primamente Franchetti (siccome io credo) poi Cesana e Fernandez, poi Moisè Fernandez Franco ed ultimamente Enriques e Franchetti”.


Come è noto Livorno non ebbe mai nella sua storia un un vero e proprio quartiere ebraico, ma la popolazione si distribuì in ragione di vari fattori legati ad un tempo alla vita familiare e professionale. Così la nonna Tedeschi si sposta dalla casa di nascita in Via Serristori alle aree che si affacciano sulla Fortezza nuova, luogo consolidato di insediamenti commerciali. E’ anche vero che la via Serristori e in generale quella vasta zona situata all’interno del circuito fortificato buontalentiano, compreso tra il bastione del Mulino a Vento e la porta a Pisa, registra un’alta densità di famiglie ebraiche . Sappiamo che nel 1653 una lunga striscia di terreno che si snodava tra la casamatta del baluardo del Casone e quella del Mulino a Vento (S. Andrea) era stata acquistata da due commercianti ebrei. Si tratta di un’area estesa, che segue il terrapieno lungo la cortina sud – est delle fortificazioni: questo viene a determinare una variazione di rilievo rispetto al disegno planimetrico dell’impianto originale: qui sorge un lungo caseggiato che si frappone tra lo schema ortogonale delle strade e la fortificazione. E dopo pochi anni, nel 1656, un’operazione con analoghi risultati è promossa tra il Casone e la Porta Pisana. Lungo questa fascia di case che si verrà progressivamente formando, corre una strada che nel primo tratto prende il nome di via Reale e nel secondo, fino a porta Pisa, via Serristori. Entrambe le vie si incrociano nella parte terminale della strada che dall’abside del Duomo si dirige verso il Bastione del Casone. E’ chiaro che quest’iniziativa si deve mettere in relazione con la crescita demografica e la richiesta di spazi abitabili che caratterizza Livorno alla metà del Seicento. Di fatto, questa lunga striscia di case costituisce un’ultima???, in termini di occupazione di spazio, del quartiere ebraico che, grosso modo, viene ad occupare un’area triangolare compresa tra l’abside del duomo e le fortificazioni. Non dimentichiamo che proprio in questo sito era avvenuto l’ampliamento della Sinagoga: “I Tedeschi avevan la loro casa nel punto più bello di Via Serristori, luogo detto (non già più ai tempi miei) Alla Pallacorda, là dove la stretta via, fiancheggiata da altipiani stabili si allarga e perpendicolarmente a quella prende origine la Via dell’Angiolo. Chi si ponga in Via del Casone (ora via Cairoli, posto il brutto vezzo di alterare i nomi delle vie, quasi non fossero documenti di storia politica o cittadinesca) noti come formino crocicchio con questa Via, la Via Serristori e la Via Reale, le quali sono in vera e propria continuazione e cingevano internamente la vecchia città”.

E’ indubbio che Mondolfi descriva tali luoghi a metà tra osservazione diretta e ricordi di famiglia.

Ancora all’inizio del Novecento i lunghi caseggiati costituivano una vera barriera, senza soluzione di continuità, che si frapponeva tra la vecchia città e il circuito dei canali: “Delle case, che fiancheggiavano le due vie, infelici sotto ogni rispetto erano quelle dalla parte più interna; signorili invece e signorilmente dipinte dentro ed ornate, sebbene orride e buie fossero le scale, erano quelle più esterne, perché dalla parte posteriore (se avevano addossato tutto il terrapieno delle mura di Livorno che accecava terreno e primo piano di tutte quelle case) il piano secondo e gli altri superiori godevano la veduta delle mura, intorno a cui, se non posso dir che correva, neppur veramente come ora stagnava con le sue non limpide ed ora putride acque il Fosso, al di là del quale si apriva l’aperta campagna; e le mura stesse piantate d’alberi erano piacevolissimo luogo di passeggiata. Ricordo a questo proposito un’inezia raccontatami dallo Zio Sandro, ed è che, bambino ancora, scrisse in una sua lettera: sono stato a passeggiar sull’emura. Ai tempi miei rimanevano ancora le mura, e di mura conservavano il nome, ma non l’ufficio, essendo già sorta la nuova Livorno; ma lungamente rimase il modo di dire: Andare a Livorno, per chi dalla parte nuova della città andasse nella vecchia, passando il ponte del Casone”.

Mondolfi offre con le sue parole una viva testimonianza del rapido sviluppo che caratterizza Livorno a partire dal 1830 e che vede la trasformazione del fronte di fortificazioni che dalla Porta a Pisa giungeva al porto. Si colloca proprio in quegli anni la rapida crescita della città al di fuori del circuito fortificato che veniva progressivamente smantellato. Un nuova nuova città si era da tempo formata al di fuori delle mura che come giustamente osservava l’estensore del nostro manoscritto avevano ormai perso la loro funzione difensiva. Eppure rimaneva ancora una forte cesura spaziale tra la città e i suoi sobborghi che il Mondolfi registra nell’uso corrente dell’espressione di “andare a Livorno” da parte di coloro che dalle nuove espansioni attraversavano il ponte del Casone per recarsi nella vecchia città.

Proprio quest’aerea era stata oggetto di un piano di lottizzazione elaborato dal direttore dell’Ufficio delle Regie Fabbriche, Luigi De Cambray Digny, che creava un doppio sistema di assi stradali convergenti su una nuova piazza posta all’esterno della punta del bastione. Una prima strada sostituisce fuori della cerchia la tortuosa via degli spalti; ortogonale a questa è un secondo percorso che, dall’abside del Duomo, taglia il bastione del Casone. La lottizzazione immaginata dal Cambray Digny investe anche le aree interne al bastione che viene spianato, così come accade per gli spalti al di là del fosso e ricondotto a livello delle strade cittadine. E, proprio a conferma di questa divisione ancora efficace nella popolazione, possiamo ricordare che il positivo esito di quest’operazione edilizia sarà in gran parte connesso con la rapida esecuzione del taglio del bastione del Casone che solo avrebbe assicurato un rapido collegamento tra le due parti di città. Questo spiega il fatto che il maggiore interesse si rivolga ai lotti interni richiesti proprio per la contiguità con la città.

Vale la pena confrontare le note del Mondolfi con le affermazioni che Gonfaloniere Sproni dedicava nel 1842 proprio ai temi dell’ingrandimento della città: “Il rapido e notabile ingrandimento del fabbricato non è derivato […] da un proporzionale aumento della popolazione, ma dal genio dei privati, che vollero ampliare le personali comodità, od avere abitazione propria, o scegliere migliore località. E quindi necessariamente ne soffriranno gli antichi proprietari, e per i nuovi la fabbricazione o l’acquisto non è stato nelle generalità un calcolo di ben ponderata speculazione, ma di convenienze domestiche (…)”1. E’ significativo che lo Sproni non consideri la crescente espansione edilizia come un riflesso meccanico della crescita demografica. Egli insiste sul desiderio dei privati di migliorare le “comodità” del proprio abitare, di spostare la propria dimora in luoghi di maggiore salubrità, di investire nell’acquisto di beni immobiliari non per intenti speculativi, ma mossi da “convenienze domestiche”. Ed è una città improntata ai canoni di comodità e bellezza che le nuove elites dominanti chiedono e cercano nella Livorno della prima metà dell’Ottocento e ai quali non risponde più la città di antico regime.

Comprendiamo, proprio in virtù di questa strategia di distribuzione della popolazione, fatta di persistenze e di ricerche di nuovi standards abitativi, come “le migliori famiglie ebraiche” mantengano la propria abitazione in questo sito che pur sempre offriva condizioni di salubrità. Ed è lo stesso Mondolfi a fornire le ragioni di strategie differenziate nella scelta dei luoghi di vita, dove sovente prevale la persistenza delle abitudini, delle pratiche sociali, delle appartenenze: “Non faccia meraviglia, dopo quanto ho detto, se le migliori famiglie israelitiche di Livorno, quali le già nominate, i Miranda, i Di Segni, i Levi (quelli della famiglia del povero Ernesto amico d’Augusto), i Busnach ed altri che non ricordo avevan le loro case nelle vie ora nominate, occupando di quei loro stabili i piani superiori. E dalle finestre di casa Tedeschi mi ricordo d’essermi compiaciuto a guardare il lavoro dei funaiuoli, che avevano occupato l’antica passeggiata abbandonata dai signori, ai quali era stata aperta quella novissima e molto più bella di Cavalleggieri, dovuta alla solerzia del Fabbri non meno codino, che valente Gonfaloniere”.

La scala sociale di appartenenza trova dunque il suo riflesso anche nell’organizzazione degli spazi interni degli immobili: così le famiglie benestanti abitano ai piani superiori, dove gradevole è la vista del porto e del mare e le case esteriormente povere nascondono nel segreto dei loro interni decorazioni e ornamenti.

Il racconto di Mondolfi contribuisce a ricreare uno scenario dove le pulsioni di una città che sta ampliando i suoi confini si intrecciano con le pratiche di vita, di relazioni sociali, di modi dell’abitare ancora limitati ad una geografia urbana consolidata.

1 Rapporto del reale gonfaloniere, luglio 1842, in ASLi, Comunità, n. 647. Il documento è citato e discusso in L. Bortolotti, Livorno dal 1748 al 1958. Profilo storico-urbanistico, Firenze 1970., pp. 139-41.

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