Conferenza Garden Club

30 maggio 2007, ore 17.30

Nella suggestiva cornice naturale del Giardino di Villa Montano Musetti, Francesca Cagianelli ha tenuto una conferenza sulle tavole imbandite nella pittura italiana tra Ottocento.

La conferenza è stata organizzata dal Garden Club, grazie all’amabile e sapiente regia e alla squista ospitalità di Marcella Musetti Montano, che nell’occasione ha realizzato una composizione floreale ispirata al dipinto di Amedeo Bocchi, Colazione in giardino, conservato presso la Galleria d’Arte Moderna Ricci Oddi di Piacenza.

La conferenza, introdotta dalla Presidente del Garden Club, Francesca Selli, alla presenza di un cospicuo numero di socie dello stesso club, e dell’amministratore delegato del “Tirreno”, Gianni Dotta, traeva spunto dalla recente mostra L’elogio della tavola tra conversazione, cibo e mondanità, realizzata da Studio Lobo, con il Patrocinio di: Ministero dello Sviluppo Economico, Senato della Repubblica, Regione Emilia Romagna, Provincia di Modena, Comune di Modena, Camera di Commercio di Modena, a cura di Francesca Cagianelli, Dario Matteoni (Modenantiquaria 2007, Quartiere Fieristico, 17-25 febbraio 2007).


Il successo nazionale di tale mostra ha consentito ai curatori di riallestire una nuova rassegna di ispirazione affine: Il convito e l’arte tra l’800 e il primo ‘900, Complesso Monumentale di S. Giovanni, Catanzaro, 16 luglio-3 ottobre 2007. Tale mostra realizzata dal Comune di Catanzaro in collaborazione con la Regiona Calabria e la Soprintendenza per il Patrimonio Storico, Artistico ed Etnoantropologico della Calabria, a cura di Francesca Cagianelli, Dario Matteoni.

La relatrice ha evidenziato come in tale mostra si sia inteso esplorare quanto la tavola, come luogo, o meglio come arredo conviviale, riuscisse ad evocare non solo l’evenienza gastronomica, ma anche quei frangenti di quotidianità coincidenti con la ricreazione, il gioco, e più in generale con le pause dell’intimità, o, sul versante opposto, della mondanità.

Nella mostra si susseguono dunque le diverse iconografie congiunte alla tavola, anche quando quest’ultima sparisce per evocare, in termini emblematici, la fase conviviale.

La sala da pranzo, la cucina, l’osteria, il caffè, il ristorante e, con riferimento ai vari eventi conviviali, la colazione, il pranzo, la cena, il brindisi, propongono una possibile, forse incompleta, genealogia, che ci piace qui evocare e ripercorrere, di luoghi, di rituali alimentari, di consuetudini, tutti riferiti alla tavola, al cibo, ma non soltanto.

La relatrice ha ribadito che la tavola, imbandita o no, evoca dimensioni più variate e complesse rispetto alla fase conviviale, come illustrano alcuni dei capolavori esposti: da Il solletico di Adriano Cecioni a I miei cari di Giacomo Favretto; da L’amaca di Giuseppe De Nittis a Colloquio al tavolino di Federico Zandomeneghi; da L’ora della cena di Plinio Nomellini a Interno di caffetteria di Aroldo Bonzagni; da Concertino di Ottone Rosai a Pere e testa di Felice Casorati.

Se i vertici dell’arte del convito nell’Ottocento risalgono alle tavole imbandite di Giovanni Boldini, e, in particolare all’impianto belle époque di I due innamorati chez Maxim’s, il Pranzo a Posillipo di Giuseppe De Nittis i caffè francesizzanti di Federico Zandomeneghi, non bisogna dimenticare quell’esplorazione delle mense più marginali praticata, sullo scorcio del Novecento, dai protagonisti del filone umanitario, da Angelo Morbelli a Attilio Pusterla con il suo emblematico Alle cucine economiche.

Ai capisaldi di Boldini, De Nittis e Zandomeneghi si ricongiunge fatalmente il filone conviviale declinato nelle sale dei caffè, tra la mondanità e la galanteria da una parte, e l’inebriante momento dell’attesa dall’altra, mentre la rappresentazione delle tavole frugali proseguirà nel Novecento con l’epica strapaesana delle trattorie di Ottone Rosai, dove si è cessato di mangiare e dove si preferisce riflettere, dibattere, giocare e tentare una sorte impossibile.

Estranei tanto all’elitaria temperie belle époque, quanto all’astinenza del filone umanitario, spuntano le riunioni conviviali di familiari ed amici sotto la pergola, che in piena stagione secessionista reclamano il dominio di una luce sfrenata e multicolore: da Plinio Nomellini con baluardi del genere di L’ora della cena e Mezzogiorno fino a Piero Marussig che nella sua Sera a Trieste riverbera sentimenti e destini su tramature di effetti notturni.

Nella prima sezione dell’ampio e prezioso catalogo edito dalla prestigiosa Silvana Editoriale (Cinisello Balsamo), dal titolo Dalla taverna all’aia: le tavole e la pittura di genere, l’autrice ha incluso una campionatura della pittura di genere del XIX secolo, dove numerosi sono gli artisti che hanno affrontato con garbo espressivo e felicità di invenzione l’iconografia della mensa, tanto negli aspetti di una quotidianità lacera e malcerta, quanto nell’ebrezza di brindisi e banchetti.

In Toscana sono personalità quali Raffaello Sorbi e Tito Conti a segnare l’apice della riflessione sul momento conviviale ambientato nelle sale di popolarissime taverne o sull’aia di amene case coloniche, mentre in Lombardia si impongono Domenico e Gerolamo Induno che indugiano frequentemente nella descrizione di ambienti popolari dove il tema del cibo risulta spesso evocato in rapporto ad una situazione familiare pervasa di difficoltà e solitudine.

Tra tutti Giovanni Battista Quadrone appare come colui che con maggior capacità inventiva e destrezza stilistica declina tale iconografia, ricorrendo alla lezione di Fortuny e Meissonnier.

Nella seconda sezione, dal titolo Luci e colori della tavola verso la Francia, Francesca Cagianelli enfatizza il significato del cerimoniale del the nel corso di una riunione mondana in giardino, del caffè in un elegante locale alla moda tra conversazioni e galanterie, della ricreazione al parco cittadino, o ancora della prima colazione nell’intimità del desco familiare sono momenti ricorrenti di tutta una temperie figurativa che a partire da artisti illuminati dall’aura impressionista quali Giuseppe De Nittis, Federico Zandomeneghi e Giovanni Boldini giunge fino ad una capofila Belle Epoque quale Pompeo Mariani.

Né si può dimenticare, nell’ambito di una ricognizione programmatica dei capisaldi della pittura francese, il contributo di Armando Spadini all’iconografia di colazioni e desinari sfrangiati di una nuova e impalpabile luminosità.

Nella quarta sezione dal titolo I bagliori della tavola: interni e verande nel clima delle secessioni, Francesca Cagianelli intuisce come negli anni Dieci del Novecento gli artisti ricorrono con straordinaria insistenza all’iconografia della tavola, stavolta pretesto per scorribande cromatica di sconcertante audacia.

Nel Meriggio d’autunno di Aleardo Terzi la luce emessa dalla lampada pervade l’intera composizione fino a ribadire la gioia della pausa mattutina, e, non con minor efficacia luminosa, Amedeo Bocchi orchestra nel 1919 La famiglia del pittore a colazione in giardino.

Non meno frequentemente tuttavia gli artisti decidono di indagare gli effetti altrimenti seducenti degli interni di caffetteria, basti pensare a Aroldo Bonzagni che ne approfitta per una delle sue messinscene di moderna convivialità.

Nella quarta sezione dal titolo Le Tavole del Novecento, l’autrice conclude che a partire dal secondo decennio del Novecento, grazie alla diffusione in Italia delle avanguardie francesi, trionfano tematiche quali giocatori di carte all’osteria, intellettuali al caffè, figure marginali in estasi di fronte al tavolino.
La saga strapaesana di bevitori e giocatori affascina in Toscana Ottone Rosai, mentre Felice Carena preferisce declinare tipologie altrimenti popolaresche con l’ausilio di preziosismi luminosi e cromatici spesso desunti dalla tradizione veneta.

Le tavole diventano comunque a quest’epoca un pretesto anche per indagare l’esistenza di un uomo e quindi una sorta di palcoscenico per il genere ritrattistico: è il caso di Carlo Levi che in un capolavoro quale Il padre a tavola ribadisce come il convivio costituisca sotto l’aspetto psicologico una delle fasi più emblematiche dell’identità umana.

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