Il convito e l’arte. Tra l’Ottocento e il primo Novecento

Dalla rustica semplicità della cucina contadina al calore domestico dell’interno borghese; dalla mondanità del caffè alla raffinatezza del ristorante dove si vive l’evolversi della gastronomia: è la tavola il filo conduttore della mostra “Il convito e l’arte tra l’Ottocento e i Primi del Novecento” che aprirà i battenti venerdì 20 luglio nel complesso monumentale del San Giovanni, a Catanzaro. L’iniziativa culturale – che attraversa grandi stagioni della pittura italiana da quella di genere ai divisionismi e secessionismi fino al realismo magico – è stata promossa dall’Assessorato regionale alla Cultura in collaborazione con il Comune di Catanzaro, Il Ministero per i Beni e le attività culturali e con l’alto patrocinio della Presidenza della Repubblica.

La mostra “a tema” è stata presentata a Catanzaro da due dei curatori Francesca Cagianelli e Dario Matteoni, dall’assessore alla Cultura del Comune di Catanzaro, Antonio Argirò, dall’assessore alla Cultura della Regione, Sandro Principe dal consulente dell’assessorato, il critico d’arte Tonino Sicoli. Sei le sezioni in cui è suddiviso il percorso espositivo della rassegna: “La storia, il genere e il vero: le stagioni pittoriche del convito nell’Ottocento” che, nella prima sezione, ripropone l’iconografia conviviale tra cucine, trattorie così come emerge dalla pittura di genere; “ tavola con i fanciulli: giochi, assaggi e privazioni” è il titolo della seconda sezione più attenta alla modernizzazione; c’è poi la terza su “Nuove luci sulla tavola tra Ottocento: impressionismi, divisionismi e secessionismi” con capolavori che confermano l’evoluzione del registro conviviale; “Oltre il convito: confidenze, nostalgie e corteggiamenti intorno alla tavola” è invece ispirata all’incontro come momento di scambio interpersonale; “Il Novecento in tavola: frutti allegorici, pasti frugali e deschi familiari” dedicata alla fase allegorica del convito e, infine “I drammi del convito” che rimanda al grottesco e al caricaturale.

“Questa mostra – ha sostenuto l’assessore Principe incontrando i giornalisti – punta a inserire la Calabria nei circuiti nazionali e internazionali e fa parte integrante del programma di iniziative, promosse dalla Regione, per determinare il rilancio della cultura e delle arti visive. Una politica che ha generato i progetti “Visioni Simultanee” e “Sensi Contemporanei”, indicativi di una strategia nuova che inserisce la Calabria nel novero delle realtà italiane ad alta densità di eventi. Progetti ideati e prodotti nella regione con un notevole sforzo organizzativo e finanziario”. “Con questa iniziativa – ha aggiunto Principe – si offre l’opportunità di conoscere ed apprezzare in Calabria grandi artisti come Segantini, Cecioni, Spadini, De Nittis, Zandomeneghi, Induno, Sironi, Rosai, Boldini e tanti altri che con le loro opere si sono resi protagonisti di un periodo straordinario dell’arte italiana”.

L’assessore ha insistito molto nel sottolineare, comunque, le difficoltà di organizzazione di eventi di tale portata in Calabria “attesa – ha detto – la presenza rara di contenitori in grado di ospitarli. La scelta di Catanzaro, in questo caso, è stata dettata dal fatto che la città capoluogo è dotata di una realtà di grande rilievo e funzionalità come il San Giovanni”. “Abbiamo raggiunto già in passato numeri ragguardevoli in fatto di presenze – ha detto Argirò – e da questo nuovo grande appuntamento ci attendiamo riscontri positivi. ‘Il convito e l’arte” non è una mostra traslata ma un’iniziativa originale, concepita e realizzata per la città di Catanzaro”. “Questa mostra – ha detto Matteoni – segue un itinerario di tipo europeo perché il suo tratto prevalente è il tema della tavola e del convito declinato nella cultura artistica di un periodo di grande fervore ed importanza per l’arte italiana”.

20 luglio – 3 ottobre 2007. Dal “Giornale di Calabria”

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Il percorso esemplificato in questa mostra conferma quanto la rappresentazione della tavola, intesa nelle sue varie declinazioni, in relazione ai riti che attorno ad essa si dispiegano, diventi uno straordinario tramite per comprendere le molteplici pulsioni che pervadono la società in Italia tra la metà dell’Ottocento e i primi decenni del secolo successivo. Un complesso gioco di raccordi allegorici si intreccia nelle opere destinate alle diverse sezioni, in quanto i tempi della vita quotidiana si condensano, e non potrebbe essere altrimenti, proprio nel rito del pasto. Cambiano solo i luoghi: dalla rustica semplicità della cucina contadina, al calore domestico dell’interno borghese, dalla mondanità del caffè, scenario privilegiato della vita metropolitana, alla raffinatezza del ristorante, dove si vive l’evolversi della gastronomia.

Nella prima sezione della mostra, La storia, il genere e il vero: le stagioni pittoriche del convito nell’Ottocento, si dipana l’iconografia conviviale tra cucine e trattorie, nelle immagini dedicate al costume popolare, così come emerge nella pittura di genere a partire dagli anni Sessanta, in particolare nella produzione dei fratelli Induno.
Prevale talvolta nella risoluzione narrativa di molte rappresentazioni l’idea di una domesticità connotata da sentimenti, affetti, pulsioni spesso vissuti intorno alla tavola, ma non strettamente congiunti all’evenienza gastronomica. In tali occasioni la tavola assurge a polo ricreativo di una socialità che presuppone ore diverse dai pasti, come nel caso di quel sospeso, quasi incantato respiro di vita infantile che è Il Solletico di Adriano Cecioni, l’opera cardine prescelta per la seconda sezione della mostra, A tavola con i fanciulli: giochi, assaggi e privazioni, assieme ad altre significative riflessioni sull’iconografia infantile che spesso trova spunti di inedita narrazione proprio in episodi congiunti al motivo gastronomico o alla ricreazione ludica attorno alla tavola.

Nel corso del XIX secolo l’irrompere di diversi ritmi sociali e consuetudini mondane muta progressivamente anche nel nostro paese la fase del convito: la netta distinzione che la pittura di genere poteva postulare tra le diverse classi sociali nei rituali della tavola e del cibo è ora superata proprio da una modernizzazione del costume. E con esso mutano anche i soggetti delle rappresentazioni, adeguandosi ad un gusto certo più internazionale: così, all’intimità del pasto familiare, alla ritualità esclusiva dell’ora del the, riservata alle classi sociali piu abbienti, si sostituisce l’incontro al caffè, o al teatro, rapido e collettivo, sottoposto ai numerosi stimoli che le luci artificiali impongono con sempre più imprevedibile suggestione. E ancora si affermano altri luoghi, che diversamente dalle anguste e fatiscenti osterie, offrono possibili ed inedite raffinatezze, come i ristoranti, senza comunque porsi più come necessariamente esclusivi: l’umanità che qui passa è finalmente varia, ogni distinzione di classe si perde.

Nella terza sezione della mostra, Nuove luci sulla tavola tra Ottocento e Novecento: impressionismi, divisionismi e secessioni, alcuni capolavori intitolati alle diverse fasi del convito, da Michele Tedesco a Giuseppe De Nittis, da Giovanni Boldini a Pompeo Mariani, da Felice Casorati a Piero Marussig, confermano l’evoluzione del registro conviviale.
Attorno alla tavola ci si raduna e ci si trattiene sempre più spesso non solo in coincidenza dell’evento gastronomico, come si è voluto intendere nella quarta sezione della mostra, Oltre il convito: confidenze, nostalgie e corteggiamenti intorno alla tavola, dove, in una temperie ormai pervasa di aggiornamenti parigini, opere quali Il colloquio al tavolino di Federico Zandomeneghi o le Confidenze di Italo Nunes-Vais, dimostrano come nell’intimità di un salotto, preferibilmente attorno ad una tavola, ci si possa incontrare per confidarsi pene d’amore o anche per scambiarsi pettegolezzi e curiosità.

Tra ritualità del desco familiare e pasti frugali consumati provvisoriamente sotto pergolati o all’osteria, si snoda il percorso espositivo della quinta sezione, Il Novecento in tavola: frutti allegorici, pasti frugali e deschi familiari, che non tralascia neppure la fase più allegorica del convito, quella cioè che prevede quale unica testimonianza gastronomica la presenza di frutta: soluzione prescelta da Gregorio Sciltian in Il Bacco, che esibisce di fronte a sé le offerte della terra, mentre volge le spalle ad uno scenario di architetture metafisiche, possibile memoria della lezione dechirichiana.
Prosegue quindi, quasi fatalmente, attraverso il Novecento, il tragitto conviviale verso gli abissi più cupi della personalità, quelli descritti nell’ultima sezione della mostra, I drammi del convito, dove tra inclinazione caricaturale e espressività esasperata, sfociano a tavola le contraddizioni più grottesche e la marginalità più straniata.
L’umanità rattorta e difforme di Lorenzo Viani frequentano tragicamente la tavola, mentre le creature paradossali di Gabriele Galantara si contrappongono nell’ora del convito, e, nell’ottica strapaesana di Ottone Rosai, filosofi, giocatori, ubriachi, musicanti, o anche semplici avventori giocano all’osteria la loro magrissima ma estrema partita esistenziale.

Agosto 1, 2007

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