Renato Natali, un prestigiatore del colore verso le avanguardie

È in edicola da oggi con “Il Tirreno” la prima delle monografie dedicate ai “Maestri della luce in Toscana”. La collana – curata da Francesca Cagianelli e Dario Matteoni, Mauro Pagliai editore per Il Tirreno – prende il via con un volume sull’esperienza artistica di Renato Natali, definito “Un prestigiatore del colore verso le avanguardie” di cui è autore lo stesso Matteoni. La prefazione è di Sira Borgiotti, figlia dello storico mecenate livornese dei Macchiaioli, Mario Borgiotti.
Livornese, ma non provinciale, tale è considerato Renato Natali (1883-1979) dalla critica così come dal grande pubblico, diviso tra l’elaborazione meditata del realismo toscano del secondo Ottocento e l’ambizione di procedere oltre la tradizione macchiaiola, magari guardando alla scena internazionale. La critica ha messo in evidenza l’interesse per il divisionismo di Vittore Grubicy de Dragon, la conoscenza della grafica “art nouveau” di Leonetto Cappiello, la predilezione per la maniera di Ignacio Zuloaga e di Hermen Anglada, che aveva visto alle Biennali di Venezia d’inizio secolo. Tra il 1913 e il 1914, a Parigi, ospite di Dario Niccodemi, aveva conosciuto le avanguardie francesi.

Oggi possiamo disporre di elementi che riverberano una luce nuova in particolare sulla prima attività dell’artista. Elitario risulta il clima culturale nel quale avviene la prima formazione di Natali: sono gli anni degli artisti del Caffè Bardi, al centro di una rete nazionale di rapporti, scambi, conoscenze. La pittura di Natali agli esordi è arte visionaria: Livorno infatti vi appare quale città costruita da stridenti contrasti di luce ed ombre, percorsa e animata da una folla oscura e indistinta, immagini raccolte in un costante peregrinare tra vicoli equivoci e angiporti.

Allo schiudersi degli anni Venti si registrano i primi successi extra-moenia dell’artista: è chiamato a partecipare a prestigiose mostre come l’Internazionale di Pittsburg nel 1923 con l’opera “Serenata”, parlano di lui critici come Ugo Oietti e Margherita Sarfatti.

Una tessitura di colori più intensi diventa ora il veicolo espressivo privilegiato: scorci di vie, vecchie arcate, scalandroni, sembrano trasformarsi in palcoscenici consumati da uno spettacolo multicolore. Un tale processo di teatralizzazione conduce a fissare sulla tela una città percorsa da toni squillanti, da gamme cromatiche in vibratissimo contrasto, fino a disegnare, sugli intonaci degli edifici cadenti, raffinati, quanto improbabili arabeschi.
È alla fine degli anni Trenta che l’artista può vantare una maturità artistica ormai indiscussa. Ed è sempre stretto il legame con Livorno, in quanto è proprio nella città che egli può richiamare “le fonti più fresche e vive dell’ispirazione”. Sono gli anni nei quali numerose aree della città storica, considerate malsane, vengono demolite. L’immagine più diffusa e apprezzata di Natali passa, a partire dalla fine degli anni Quaranta, proprio dalle rappresentazioni della Vecchia Livorno, ovvero dall’accorata rievocazione, condotta sul filo della memoria personale, di una città ormai scomparsa.

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