La voce della natura, poesia e colori di Giovanni Bartolena

copertina_bartolena.jpgÈ in edicola da domani con “Il Tirreno”, al prezzo di 9 euro oltre al prezzo del giornale, la terza delle monografie dedicate ai maestri della luce in Toscana. La nuova monografia è dedicata al pittore livornese Giovanni Bartolena. di Nicoletta Colombo

Giovanni Bartolena (Livorno 1866-1942) è un artista che si pone nel solco della tradizione della “macchia”, rinnovata secondo il canone di una personale interpretazione del novecentismo.
Nato a Livorno da una famiglia agiata, frequenta a Firenze i corsi di Giovanni Fattori. A seguito di gravi dissesti economici, la sua vita subisce una svolta, che lo induce ad un ostinato isolamento e ad un atteggiamento anarcoide, segnato da episodi strani e maniacali.
Nel 1898 soggiorna per sei mesi a Marsiglia, dove esercita il mestiere di garzone di stalla. La povertà lo perseguita; torna in Italia, a Firenze, dove si trattiene fino allo scoppio del primo conflitto mondiale. Entra in contatto con il mecenate Mario Galli e con il collega Plinio Nomellini, quindi, tornato nella nativa Livorno, tiene uno studio di fortuna in una soffitta. Il mercante di tessuti Luciano Cassuto lo vincola con un contratto e gli organizza una mostra personale a Milano tra il 1926 e il 1927, evento che segna il primo, importante riconoscimento di pubblico e critica, giuntogli all’età matura di sessanta anni.

Intollerante di qualsiasi vincolo, Bartolena rompe i rapporti, per lui troppo stretti, con Cassuto nel 1929. Partecipa alla Biennale di Venezia nel 1930 e alla prima Quadriennale di Roma nel 1931.
L’esistenza sregolata e disordinata lo porta a dipingere nelle case di amici collezionisti, che lo ospitano e lo sostengono costantemente fino alla fine, avvenuta nella solitudine dell’ospedale “Costanzo Ciano” di Livorno.
Genericamente catalogato tra le fila dei “post-macchiaoli”, l’artista si distingue come continuatore del sincretismo realista e naturalista toscano, derivatogli dal Fattori e dalla forte impronta morale che connotava la pittura del vero quotidiano, comune alle poetiche della “macchia”.
Lo stile del Bartolena, di disarmante semplicità di mezzi e rappresentazioni, supera il puro pittoricismo ottocentesco, per esercitare soliloqui di potenza plastica con le cose, organizzate nelle sue note nature morte secondo una strutturazione architettonica fondata sul senso e sull’emozione, anziché sul calcolo sistematico.
Assecondando il personale primitivismo, l’artista esercita una meditazione sulla natura, accostabile alla formula figurativa anti-pittoricistica di due suoi famosi estimatori, i maestri di “Novecento” Arturo Tosi e Carlo Carrà. Come loro, il livornese tratta anche le vedute paesistiche, animate o no, come elementi di una naturale armonia percettiva e mentale. Il suo peculiare impeto fisico accende una componente coloristica supplementare, che si articola secondo una inconsapevole preveggenza tachiste e gestuale. Le vedute maremmane, i campi di Antignano e Campolecciano, le asprezze di Calafuria, le marine livornesi, gli scorci urbani fiorentini, le terre ubertose di Montenero, le molteplici nature morte smaltate e succose, tutta la produzione di Bartolena dà conto di una personale poetica sintetica, elaborata mediante l’organizzazione del dato di natura, formula che la tradizione labronica ha innescato per via spontanea nella disposizione ad alta tensione di un colorista assolutamente unico nella sua nobile umiltà.
Dal Tirreno del 31 ottobre 2007

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