Gino Romiti. Un realista sognatore tra terra e mare

copertina_romiti.jpgUn artista dalla personalità eccezionale che amava soprattutto sperimentare

LIVORNO. In edicola da domani con il Tirreno l’ultimo volume della serie “I maestri della luce in Toscana”. Protagonista della monografia curata da Francesca Cagianelli è il pittore Gino Romiti. Ed è questa la prima volta in cui viene ripercorsa in termini scientifici la complessa vicenda esistenziale ed artistica di un pittore ingiustamente classificato come seguace del macchiaiolismo. Già infatti gli esordi alla Scuola di Guglielmo Micheli attestano una personalità d’eccezione, sensibile verso le novità tecniche del divisionismo. Risalgono al tempo della Scuola di Micheli – e vennero messe in risalto con ampiezza di riferimenti critici nella bella mostra curata da Franco Sborgi nel 2004 – le escursioni campestri al fianco di Llewelyn Lloyd, Manlio Martinelli, Amedeo Modigliani, durante le quali Romiti si applica al disegno degli alberi.

La scelta stilistica di Romiti appare definitiva nel 1901, quando con opere di evidente impostazione socialisteggiante, quali “Andando in fabbrica”, mostra di aver già elaborato le tensioni divisioniste già in atto a Livorno per il tramite di Benvenuto Benvenuti, che a sua volta si dichiarava avvinto dal verbo luminoso di Vittore Grubicy. Nel 1904 la Secessione di Palazzo Corsini a Firenze offre al pubblico toscano un inedito palcoscenico di confronti con artisti innovatori tra i quali oltre a Plinio Nomellini e Galilelo Chini, soprattutto Gino Romiti, che si distingue per un simbolismo che la critica definisce “d’eccezione”.
La svolta verso un divisionismo pervaso di linfa simbolica è ormai declamata a livello nazionale. Dal 1906 al 1909 Romiti ha intensamente sondato un formulario sperimentale autonomo. In un manoscritto inedito dell’ottobre 1907, dal titolo Impressioni sulla VII Esposizione d’Arte di Venezia, si mostra perfettamente aggiornato sulle novità del panorama artistico internazionale e sulle avanguardie europee, grazie anche alla frequentazione dei circuiti del Caffè Bardi.

A partire dal primo decennio del Novecento i suoi interlocutori di Romiti, attestati dal ricco epistolario, conservato presso l’archivio degli eredi, coincidono con alcuni dei protagonisti dell’elite artistica toscana: Leonetto Cappiello, Vittorio Corcos, Antonio Antony de Witt, Oscar Ghiglia, Moses Levy, Ulvi Liegi, Llewelyn Lloyd, Plinio Nomellini, Lorenzo Viani, il belga Charles Doudelet, e ancora Benvenuto Benvenuti, Raoul Dal Molin Ferenzona, Corrado Michelozzi, Mario Pieri Nerli, Gastone Razzaguta, Renuccio Renucci, Giovanni Zannacchini, senza contare la schiera degli intellettuali più accreditati a livello nazionale: Giosuè Borsi, Ugo Ojetti, Gustavo Pierotti della Sanguigna, Mario Tinti.

Tappa fondamentale di ascesa internazionale resta la convocazione per l’Esposizione Internazionale di Belle Arti di Bruxelles del 1910, nella Sezione Italiana. Il 1914 segna l’apice della sperimentazione, come si evince da un capolavoro inedito, solo recentemente riapparso: il monumentale “Fondo marino” del 1914, di chiara ambizione futurista.
D’ora in avanti le armonie crepuscolari e le fioriture di oleandri torneranno a rappresentare sempre più tipicamente l’artista in sede espositiva, al fianco della produzione più marcatamente simbolista degli abissi marini, fino ad impedire alla compagine critica di assestare una valutazione definitiva. Romiti si impone ormai per una capacità espressiva dalle molte linfe e per una camaleontica attitudine sperimentale. All’inizio degli anni Venti il suo ruolo è ormai ufficialmente dominante in Livorno, anche in veste di promotore artistico.

Sarà lo stesso Romiti nel 1938, in una dichiarazione di autocritica letteralmente citata da Gastone Razzaguta, a fornire una delle chiavi interpretative della propria carriera: «(…) io ed altri pochi pittori livornesi abbiamo preso della tipica arte macchiaiola e del Fattori in particolare i caratteri fondamentali costruttivi e li abbiamo aggiornati colle ulteriori scoperte sulla vibrazione del colore dei divisionisti. Sicchè, rimanendo nella tradizione, possiamo considerarci dei moderni, non nel senso della moda che è sempre vacua, instabile, transitoria; ma secondo l’essenza di una logica evoluzione nel tempo».

Dal Tirreno del 7 novembre 2007

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