Oggi più che in altri tempi si avverte l’esigenza di una ricognizione serrata, filologica, costruttiva sul nostro Novecento: troppe mostre affliggono il territorio con proposte di storicizzazione incompleta o fuorviante, sempre comunque velleitaria e troppe pubblicazioni ribadiscono una cronaca già scritta, ma carica di penose omissioni.
Forse è anche colpa di una tradizione critica fuorviata da una terminologia inadueguata, disseminata di luoghi comuni quali “maestri”, da una parte, “seguaci”, dall’altra, e ancora, “capolavori” di contro a “testimonianze di un filone…”, ecc.: una terminologia di derivazione accademica, ma che spesso, usata a sproposito e senza un’adeguata conoscenza delle vere questioni storico-artistiche, ha condotto a stolte estradizioni di personalità del nostro Novecento, che, senza essere “maestri” e senza aver realizzato i cosiddetti “capolavori”, pure hanno contribuito alla vitalità e pluralità di una proposta artistica che anima anche i territori più periferici rispetto ai grandi centri culturali: è il caso di Livorno, una realtà artistica da sempre marginalizzata nell’ambito degli studi enciclopedici, e ancor di più colpevolmente stritolata tra un malinteso fattorismo e un’ancora non indagata ‘questione’ Premio Modigliani.
Ecco che il progetto delle “Rarità del Novecento Livornese” non assume in tale contesto la veste di un ulteriore velleitarismo o comunque di una proposta storicamente inadeguata, ma semmai offre la possibilità di colmare con scrupolo e impegno scientifico le tante lacune di una stagione carica di sorprese stilistiche.